Nasce dal desiderio di tornare all’origine, dalla necessità di farlo. Rincorrere il futuro, cercare un’idea che possa raccontare il presente e, mentre la realizzi, scoprire che già racconta il passato. Uno scacco del tempo è un’opportunità per l’arte che ha bisogno di lentezza, riflessione, profondità.
Come essere contemporanei? Usare nuove tecnologie è di per sé contemporaneo? Il mezzo stesso è il pensiero?
L’arte deve essere un’istantanea mossa di un presente che è già passato? Esiste ancora il frame o si dissolve lasciando spazio al nuovo che possiamo rincorrere e generare con grande facilità? Un’immagine più sofisticata, più interessante, più evocativa, senza il tempo di evocare perché ciò che pensiamo e chiamiamo, con l’input giusto, appare e può essere immediatamente perfezionato, trasformato, reso più nostro senza che lo sia mai stato davvero.
Cosa è profondamente nostro? Ci conosciamo abbastanza per riconoscerlo? Apocalittici no.
Non c’è il rifiuto della tecnologia o peggio il rifiuto a priori di nuovi paradigmi della conoscenza che non ancora riusciamo ad afferrare. Non è questo il senso del nostro percorso e quando arriva il momento giusto, quando qualcosa di nuovo entra in risonanza con ciò che cerchiamo, la sperimentazione prende il sopravvento e apre nuove vie, senza essere rincorsa.
Da queste riflessioni, solo abbozzate e che sicuramente svilupperemo meglio, nasce l’esigenza di recuperare un pensiero e una manualità puliti, che si facciano spazio tra tutto quello che si affastella e distoglie da ciò che amiamo fare: un’arte che sia mezzo e fine contemporaneamente, processo e prodotto insieme. Un lavoro vivo che permetta di vivere la sua genesi. L’occhio di chi guarda è la mano invisibile che compie lo stesso gesto migliaia di volte, così il pensiero di chi è presente si perde nel gesto ripetitivo che non è mai lo stesso.
Il risultato è un mantra che accomuna chi condivide il luogo fisico e mentale della stanza e del foglio, un’energia accessibile perché semplice, quasi infantile. Ripetere, immergersi nello spazio che entra in risonanza con profondità naturali solo accennate, inaspettate perché non nascono da un progetto ma dal pensiero che è semplicemente gesto.
La madre Agnes Martin e il padre Paul Klee, ma i ruoli potrebbero essere tranquillamente invertiti, sono i mediatori di quella
filosofia perennis che possiamo riconoscere istintivamente, che si serve di nuovi medium ma non ne è asservita, che viaggia come una corrente sotterranea e, senza imporsi, crea risonanze e riverberi nelle nostre vite, nell’arte e nel mondo che vogliamo contribuire a creare.
Meditation with Agnes and Paul. Serie di acquerelli su carta 640g, 36 x 48 cm, 2025

